LAURA TANGORRA
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solo una parentesi




Il libro
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I commenti dei lettori


IL LIBRO

Alcuni brani


"Dal capitolo 3"

Usciti da quello studio medico camminavamo lungo i vialetti dell’ospedale diretti all’uscita.
Come inebetiti, cercavamo di fermare i pensieri che scappavano terrorizzati, come foglie in balìa del vento.
Quello che ci era stato detto era doloroso, come pietre tirate sulla faccia, dalle quali non potevamo ripararci.
Non riuscivo a capire se fosse realtà o immaginazione: queste cose non capitavano solo agli altri?
Di una cosa però ero sicura: non avrei permesso a nessuno di fare del male alla nostra bambina.
Non mi importava se la gravidanza avrebbe accelerato il decorso della malattia, né sapere che avrei potuto non risvegliarmi dopo il parto. Erano rischi, non certezze. La mia bambina, invece, era una certezza e la sua vita non valeva meno della mia.
Nessuna mamma al mondo, vedendo il proprio figlio buttarsi in mezzo ad una strada trafficata, rimarrebbe ferma sul marciapiede a riflettere se sia più o meno opportuno rischiare la propria pelle per salvare quella del bambino. Per me è stato così, anche se la mia bambina era ancora piccola, come il semino di una mela.
Ma che miracolo può fare un seme, se gliene diamo il tempo!



"Dal capitolo 5"

Nel cuore dell’Africa, la notte sembra avere sempre una gran fretta di tornare, e ogni sera, in pochi minuti, avvolge nel buio le capanne.
Non si può descrivere qualcosa che toglie la vista, un nero talmente profondo e denso che sembra di poterlo toccare.
Camminare nel buio africano è come andare incontro al niente, ad un vuoto che ingoia.
Soltanto il suono dei tamburi, in lontananza, osa spezzare quel silenzio assoluto.
Ma alzando lo sguardo si può restare senza fiato davanti ad uno spettacolo tanto meraviglioso: il cielo è talmente carico di stelle da non riuscire a contenerle. Così luminose e così grandi che sembra di poterle toccare. Tanto numerose da non trovare spazi liberi di cielo in cui fermare lo sguardo.
Una sera, dopo cena, ci sdraiammo tutti insieme nel prato, all’ingresso della Missione di Muhura, per gustare quella che, per noi, era la distesa di stelle più straordinaria che avessimo mai visto nella nostra vita. Ce ne stavamo in silenzio, a contemplare qualcosa che non avremmo mai più dimenticato, con la sensazione che non potesse essere reale. Così, con gli occhi persi in quel cielo, ci sembrava di sollevarci da terra e di venirne avvolti. (Non so per quanto tempo restammo distesi in quel prato, ma forse fu allora che mi riempii di pulci !).
Qualche mese fa, Ale appese nella sua camera una dedica, scritta per lei dalla sua inseparabile compagna Olga. “Gli amici sono come le stelle: non sempre riesci a vederli ma sai che esistono”.
I nostri amici non sono stelle qualunque: sono stelle africane.
Proprio quando è il buio a fare da padrone e si ha paura davvero, eccoli, luccicanti come preziosi diamanti.

"Dal capitolo 11"


Non è certo un‘impresa facile accompagnare un figlio in quel viaggio avventuroso che è la vita. Lo teniamo per mano dall’istante in cui lo guardiamo negli occhi per la prima volta, cucciolo indifeso, fino a quando sarà uomo, capace di scegliere in modo autonomo e responsabile.
È come far volare un aquilone: all’inizio bisogna correre forte tenendolo ben stretto nella mano, in alto tanto quanto il nostro braccio ci consente, finché l’aria comincia a sollevarlo. Solo adesso si può mollare la presa, ma è importante continuare a correre mantenendo il filo corto. Questo è il momento più difficile e faticoso ed è quello determinante per la riuscita del volo. Quando l’aquilone ha preso quota, lo si affida alla forza del vento perché lo sostenga.
Ora non è più necessario correre con lui. Bisogna solo allungare il filo, piano piano, controllando sempre che non perda quota.
L’aquilone andrà sempre più in alto e, col naso all’insù, lo si potrà ammirare, austero, luccicare al sole.
Un filo invisibile lo sostiene. E lungo quel filo corre l’amore autentico che non si spezza, l’amore che dà vita, che mai abbandona.